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Pentedattilo ricorda Vittorio De Seta, maestro di cinema "funzione dello spirito"

pentedattilogentedi Alessia Candito - Non era calabrese d'origine Vittorio De Seta. Ma la Calabria l'aveva scelta, ripercorrendo a ritroso il percorso della madre, catanzarese di Sellia Marina, dopo la fuga da Palermo e gli anni romani. Ma soprattutto il Maestro Vittorio De Seta aveva scelto di raccontare questa terra, di interpretarla, di lavorarla – i suoi ulivi, i suoi vigneti – per occupare le mani, mentre libero il pensiero avrebbe potuto vagare per scegliere dove fermarsi, su quale dettaglio, quale memoria di una Calabria dove aveva trovato tracce della Sicila perduta, di un'umanità èerduta. "Lo sguardo neutrale è una menzogna, specie nel mio lavoro – diceva De Seta - dove basta spostare la macchina da presa di pochi centimetri perché tutto cambi". E sulla Calabria lo sguardo di De Seta non è mai stato neutrale, mai stato scontato. Perchè non scontato era il rapporto con una terra celebrata in documentari, lungometraggi e corti. Un legame che si è intrecciato con il festival di Pentedattilo e che oggi è stato celebrato dando spazio alle parole, alle immagini e al linguaggio stesso del Maestro raccontato in un'intervista di Nino Cannatà, ma forse – ancor meglio – dai suoi stessi lavori. Una scelta che gli organizzatori – visibilmente emozionati – hanno spiegato ricordando l'impronta indelebile che il Maestro ha lasciato a Pentedattilo. "Vittorio De Seta è stato ospite del Festival durante la seconda edizione – ricorda Emanuele Milasi, direttore artistico del Festival - quando eravamo proprio all'inizio, quando ancora eravamo veramente solo dei ragazzi che cercavano di costruire un festival in un paese non ancora totalmente recuperato. All'epoca era molto più faticoso perchè le strutture ricettive non erano quelle che ci sono adesso, proiettare era una sfida con la rocca stessa. Nonostante questo, Vittorio De Seta è venuto e vedendo quest'energia, questa voglia di fare ha deciso di scommettere su di noi, perchè per lui questo modo di fare cinema era importante era l'emblema delle cose che non si perdono, della cultura che si rinnova senza perdere la memoria. Questo ci ha dato la forza necessaria per andare avanti nonostante le difficoltà e oggi siamo alla settima edizione". E Pentedattilo e la scommessa che un gruppo di ragazzi ha fatto - portare in una rocca all'epoca abbandonata tracce di cinema di ogni latitudine, storie espresse in centinaia di linguaggi diversi - era per De Seta l'emblema di quella ricerca dell'umanità perduta, della facoltà smarrita dell'essere umano di vivere bene, che è stata la traccia di tutta la sua narrativa cinematografica. "Vittorio De Seta ha scelto di vivere la sua ultima lunga parte di vita in Calabria, coltivando dei vigneti, perchè trovava questa terra molto simile a quello che aveva perduto in Sicilia e aveva riscoperto qui il mantenimento della memoria - spiega ancora Milasi - Qui ha fatto film importanti come "In Calabria", un documentario che tuttora rappresenta quello che siamo e che stiamo dimenticando". Un concetto difficile da spiegare secondo il direttore artistico del festival, perchè - dice - "essere calabresi è una contraddizione continua in quello che si fa, in quello che si dice. Vittorio è riuscito a raccontarlo attraverso il documentario "In Calabria", che credo sia uno dei suoi migliori documentari. Ma di Calabria Vittorio De Seta ha parlato anche in uno dei suoi Dieci Documentari, uno dei punti più alti della sua produzione, catalogati anche dal Ministero come una delle opere da salvaguardare della cinematografia italiana. L'ultimo, i Dimenticati, del 59, è stato girato qui in Calabria". Ed era un legame profondo, complesso quello che legava De Seta a questa terra, vissuto da regista, come da attore – nel 2000 impersonò sé stesso nel mediometraggio Melissa 49/99 di Eugenio Attanasio e Giovanni Scarfò – ma soprattutto da abitante di Calabria. Da uomo che di questa terra aveva saputo cogliere non solo il legato di epoche passate e di memorie condivise o da condividere. Ma anche le potenzialità per il domani. Come nel cortometraggio Art.23, l'ultimo lavoro di De Seta. Un corto che il Maestro ha scelto coscientemente di fare a Pentedattilo. "Quel corto, girato nel 2008, De Seta ha voluto fortemente girarlo a Pentedattilo – ricorda ancora Milasi che a quel corto ha lavorato insieme a tanti ragazzi che ancora oggi fanno parte llo staff - ha voluto fortemente come troupe i ragazzi calabresi che ha incontrato al Festival, ragazzi che cercano di fare in Calabria e fuori dalla Calabria del cinema in maniera irrazionale, partendo dallo spirito per poi arrivare alla ragione". E forse è proprio nel modo di fare e vedere il cinema, trasmesso quasi per osmosi ha chi ha avuto la fortuna di lavorarci gomito a gomito, che Vittorio De Seta ha lasciato l'impronta più profonda, l'eredità più pesante e allo stesso tempo più preziosa. "De Seta ci ha detto parole importanti quando era qui a Pentedattilo. Ci ha detto che il cinema non è un mestiere ma una funzione dello spirito e questo è una cosa che ha segnato tutti noi, perchè abbiamo capito che fare cinema è un mestiere dell'anima, non un mestiere da commercialista", dice ancora Milasi. Un'eredità profonda, ancora attuale, anche per chi dal Maestro è stato scelto come protagonista dei suoi lavori, come Djbril Kebe, interprete di "Lettere dal Sahara" come di "Art.23 _ Pentedattilo", oggi tornato al borgo in veste di giurato per la sezione Corto Donna. Un ritorno che per l'attore è "emozionante e doloroso , perchè ricordo tutti i momenti passati con lui a girare qui in questo paese. Ma allo stesso tempo è la testimonianza di una grande speranza perchè per me è la prima volta al Festival, non sapevo che le stesse persone che con me avevano lavorato al corto di Vittorio, avessero creato tutto questo. È un simbolo di speranza ed è l'emblema dell'insegnamento di De Seta: la difesa della reltà del Sud non come espressione geografica ma come realtà socioculturale".
E il Sud di Vittorio De Seta era il racconto intelligente di attività anche banali, consuete ma che grazie all'occhio del regista divenivano epica di un quotidiano che diventa comune a latitudini diverse, ma che nella difesa della memoria ritrovano una trama comune. Ma soprattutto quel Sud che il Maestro ha raccontato era la rivendicazione fortissima di una cultura che ha pagato un dazio troppo alto al cosiddetto progresso. "Il progresso, lo sviluppo sono stati solo progresso materiale – dice il Maestro nell'intervista raccolta da Nino Cannatà e proiettata in apertura del festival - ma si è pagato un prezzo terribile che è stata la morte di una cultura che non è stata sostituita da null'altro". Un vuoto che forse iniziative come il Festival di Pentedattilo stanno cercando quanto meno di colmare. "L'idea del festival di Pentedattilo è quella di creare una simbiosi fra il festival e il borgo. Vogliamo che il paese trasudi cinema anche quando il festival finisce. Questa cosa sta funzionando: se il borgo, al di là del Pff è diventato uno dei punti di scambio culturale più importanti in Calabria, è sicuramente anche perchè qui, durante il festival moltissimi giovani vengono a imparare, a fare, a guardare del cinema, a condividere delle storie – riflette Milasi - Tutto questo rimane anche dopo che il festival si chiude, credo che ci sia una specie di stampo in queste rocce, quasi magico.Di tutta l'energia che si mette giorno dopo giorno, Pentedattilo ha memoria. Pentedattilo è un luogo di incontro artistico unico ed eccezionale non solo perchè è paesaggisticamente suggestivo, ma proprio perchè ha quest'anima interna che naturalmente ti porta allo scambiare idee, emozioni. Il borgo è la trasposizione in villaggio di quello che per Vittorio De Seta era cinema".