Reggio, il retaggio della Rivolta e l’eterna “illegalità diffusa”

reggiocalabria palazzos.giorgiodi Simone Carullo - Dal 1986, quando il sindaco Francesco Mallamo denunciava un clima di "illegalità diffusa" che opprimeva Reggio, ai giorni nostri, nei quali quel clima ancora imperversa, non sembrano passati molti anni. E invece ne sono passati ben 27: la Guerra Fredda - una condizione che sembrava immutabile - ha avuto fine con la caduta del muro di Berlino ed il polverizzarsi del blocco Comunista; l'Italia – travolta da Tangentopoli - è passata dalla Prima alla Seconda Repubblica (senza in realtà sortire grossi miglioramenti); Reggio ha conosciuto la Primavera e poi l'autunno, ed in definitiva quell'illegalità diffusa di cui si parlava è rimasta, lei sola, come qualcosa d'immutabile: un marchio di fabbrica, un leitmotiv.

In fin dei conti l'inchiesta denominata "Torno subito" è soltanto la quintessenza di ciò di cui parlava il Sindaco Mallamo, ossia di una mentalità, di un modo di sentire comune, di una maniera di intendere lo Stato, il lavoro, la città, che è proprio dei reggini, e non solo di quei dipendenti comunali assenteisti, i quali possono ben essere considerati come la punta di un iceberg di cui tutti facciamo parte. Una mentalità, un modo di sentire che non sono altro che residuati di un certo "familismo amorale" mai estirpato, ma anche e soprattutto il lascito dei Moti del 1970, di quando cioè lo Stato colse la sua vittoria su una città in rivolta e si fece beffe dei fermenti e dei disagi sociali che, realmente, c'erano dietro quella protesta per il capoluogo.

"Diciamo questo – affermava Mallamo nelle dichiarazioni programmatiche del '86 -  perché dopo il '70, confinata la protesta nel ghetto, la città si è collassata, i comportamenti collettivi si sono via via sempre più degradati, si è approfondito il solco che già divideva i cittadini dallo Stato [...]; diciamo questo perché è dopo il '70 che si è innescato quel clima di illegalità diffusa che annotavamo già più di un anno fa [...] un clima che rischia di portare il potere reale di amministrare il territorio fuori dalle istituzioni".

E davvero fu forte, nel febbraio del '71, lo choc nel vedere i cingolati entrare in città ed abbattere quelle barricate sulle quali molti giovani reggini credettero di difendere i "sacrosanti" diritti di Reggio. Lo Stato, in un modo o nell'altro, aveva vinto e adesso bisognava soltanto aspettare di capire quali benefici avrebbe portato l'industria alla provincia reggina. E quando l'illusione dell'industrializzazione svanì, quando anche le successive effimere alternative furono archiviate, alla cittadinanza reggina non restava che prendere atto del voltafaccia del Potere, non restava che destarsi come da un brutto incubo e realizzare di essere stata bellamente ingannata. I giovani di allora sono gli adulti di oggi, la loro formazione culturale, la loro maturazione come cittadini, il loro ruolo di educatori, non possono non aver risentito di quel "nodo gordiano" che è stata la Rivolta per la storia di Reggio. Fu quello un momento di rottura che determinò appiattimento sociale, degrado, e quei sentimenti di disprezzo delle istituzioni e di disamore della città che sono alla base di atteggiamenti che rispondono ai canoni di quel "familismo amorale" teorizzato da Banfield, dove trionfano logiche personalistiche ed egoismi dentro i quali la collettività non trova più spazio. Una visione miope, solipsista, piccolo borghese, che non scorge nella dimensione comunitaria il reale significato di una città. Il rancore, la frustrazione, il profondo desiderio di rivalsa si traducono così in dinamiche antisociali, di prevaricazione dell'uno sull'altro, dove il tessuto sociale è più che mai sfaldato, in un'incertezza del diritto che determina l'esistenza di una "zona grigia" che si allarga a macchia d'olio, in dinamiche antistatali che si possono sintetizzare con estrema efficacia con la rima di un motto reggino: "Cu non futti u guvernu vai o 'mpernu".

E ciò non riguarda, come detto, solo gli "sfortunati" dipendenti del Comune, i quali hanno come "unica" colpa quella di essere stati beccati sul fatto, ma fa parte di una mentalità diffusa che riguarda quegli impiegati pubblici che ti rimpallano da uno sportello all'altro, che ti rinviano al "fatidico" lunedì, e che magari portano a casa materiale d'ufficio, riguarda quei dipendenti statali che sul posto di lavoro si fanno gli affari loro, riguarda il vigile che toglie la multa all'amico, riguarda le false pensioni d'invalidità, riguarda quei burocrati che approfittano impunemente di quel poco di potere che hanno, riguarda inoltre i meccanismi della macchina amministrativa, i quali troppo spesso debbono essere "oleati" attraverso una manutenzione straordinaria e niente affatto consona. Riguarda appunto quel modo di intendere lo Stato come qualcosa di lontano quando non avverso, il lavoro come semplice fonte di reddito, la città come qualcosa che non ci appartiene.

Clientelismo, raccomandazioni, abusivismo, incivilimento selvaggio, vittimismo metabolizzato, incertezza del diritto, episodi di infiltrazioni mafiose nelle giunte comunali e nelle società partecipate, disservizi a profusione, indifferenza che fa sì che passeggiare o  lavorare o magari prendere un caffè al bar siano in tutto e per tutto la stessa cosa, seppur con differente gravità, sono tutte situazioni che rientrano nella medesima categoria e rischiano di assumere dimensioni totalizzanti. La distanza tra Stato ed amministrazione locale, e tra Stato e cittadino, si è acuita, ed in quegli spazi ci si è infilato di tutto. Nella migliore delle ipotesi è bastato prendere atto di quella distanza siderale per vivere una vita al di fuori, o al margine, dello Stato; ma perlopiù i vuoti del potere sono stati colmati dalla malavita organizzata, la quale attraverso la formazione di un vero e proprio parastato ha capillarmente occupato il territorio ed ha pienamente realizzato quelli che erano i timori di Mallamo, anzi si è spinta anche oltre dato che ha, con ogni evidenza, il potere di amministrare il territorio tanto da fuori, quanto da dentro le istituzioni.

Ricercare l'origine di tutto questo nella Rivolta non vuole essere un'attenuante né tantomeno una giustificazione, ma vuole essere bensì l'individuazione di un alibi e, insieme, di un movente del quale è necessario liberarsi.

Pertanto, vi sono ancora due strade aperte per Reggio: da un lato si può continuare a pensare che il benessere personale sia l'unico orizzonte al quale dobbiamo guardare, ed alla luce di questo perseguire i nostri obbiettivi senza scrupoli e senza remore lungo il sentiero di una vita in-autentica e priva di senso, continuare a votare (tanto a destra quanto a sinistra) secondo fini utilitaristici ed immediati, continuare a consumare tutto, il tempo, il verde, il petrolio, come si trattasse di fonti rinnovabili; dall'altro si può riscoprire la dimensione comunitaria e solidale e credere che il bene comune sia anche il proprio, adoperarsi – ognuno nel suo piccolo – affinché Reggio risorga e diventi una città migliore, con amministratori migliori, una città a misura d'uomo e di donna, sana, pulita, rigogliosa di energie, vitalità e fiducia.

E allora, quel che resterebbe della rivolta non sarebbe altro che l'ingenuità di una speranza, la speranza di una rivolta futura!
Una rivoluzione che sia radicale e duratura, che parta dai giovanissimi, dall'educazione civica nelle scuole, dall'innesco di una reale coscienza civile nel cittadino tale da erigere barricate di legalità che fungano da argine al degrado sociale dilagante, che parta da un rilancio culturale che favorisca quel fermento che è portatore di novità sostanziali, dalla voglia di tornare ad una vita in comunione, dal rinnovato interesse per il bene pubblico, dal rispetto per l'ambiente, che parta dal basso insomma, dalla collettività. E questo vale a Reggio come altrove, perché se nel 1992 ci eravamo illusi che con l'eliminazione di quella classe dirigente corrotta tutto sarebbe andato per il meglio, oggi, a distanza di vent'anni, ci accorgiamo che non era così, realizziamo sgomenti che la classe dirigente non è altro che lo specchio stesso della società!