Com'è difficile essere giovani. Soprattutto se si vuole lavorare...

giovani disoccupatidi Valeria Guarniera - Mancano 6000 pizzaioli all'appello! È questo l'argomento del giorno che, tra un servizio e l'altro, ha "riempito" i TG: sul sito del Corriere della Sera Enrico Stoppani, presidente Fipe (la Federazione degli esercenti che aderisce a Confcommercio) ha lanciato l'allarme per la mancanza di pizzaioli qualificati. Un mercato che, a suo dire, vedrebbe la sua risorsa sui lavoratori egiziani, considerati ormai "i più bravi anche nell'impasto e nella vendita del prodotto".

E via al tormentone degli ultimi anni: i ragazzi non vogliono lavorare, non si sanno accontentare, non si vogliono sporcare le mani.
Barzellette, raccontate molto male e che non fanno per niente ridere, che come al solito tendono a semplificare una situazione che ci riguarda da vicino e di cui paghiamo le conseguenze sulla nostra pelle. Offese fatte da chi appartiene a quella generazione che ci ha rubato tutto. E già, perché dopo quel "mangia mangia" generale, di frutti da raccogliere ne sono rimasti ben pochi. Ma, tra una semina e l'altra,fatta col sudore della nostra pelle, il raccolto tornerà ad essere abbondante.

Almeno, è quello che ci auguriamo e per cui lavoriamo.

Nonostante tutto. Perché, per un ragazzo che approfitta e usa l'alibi della crisi, ce ne sono tanti che – a prescindere dai titoli – si rimboccano le maniche e lavorano guadagnando solo i soldi per riuscire a mettere la benzina. Laureati che pur aspirando giustamente a fare quello per cui hanno studiato si arrangiano andando in giro per la città a fare volantinaggio. O la sera, a servire ai tavoli. O, checché se ne dica, dietro il banco ad imparare a fare l'impasto più buono del mondo.

E poi, in questo meraviglioso profondo Sud – a dimostrazione che l'Unità d'Italia a volte è solo sulla carta – c'è una piaga di cui nessuno parla, un problema che sta portando questa terra a diventare arida, sterile e che porta molti ragazzi ad andar via: ci si trova, spesso, nelle condizioni di dover "chiedere per favore" il pagamento dello stipendio. Ragazzi che fanno i praticanti presso studi avviati di professionisti che, al massimo, possono ambire ad un "rimborso spese" a fronte di 8 ore al giorno in cui vengono letteralmente sfruttati. Giovani ragazze che mandano avanti negozi rinomati per 400 euro al mese. Eh già, perché arrivare a lavorare in quei negozi "aziendali" in cui è possibile avere un contratto decente con una retribuzione a norma beh, è quasi un miracolo. E pensare a fare un'impresa mettendosi in proprio, qui è più rischioso di una precipitosa caduta: si rischia di farsi male e di trovarsi soli a curarsi le ferite.

Forse di questo, una volta tanto, dovrebbero parlare i TG.

Si potrebbe andare avanti all'infinito a fare esempi: sappiamo benissimo di cosa stiamo parlando.  E non è un voler esagerare o fare le vittime: lavorare "gratis" è quasi una consuetudine a cui non intendiamo adattarci. Andare via dev'essere una scelta, non una condizione forzata. Dovremmo essere messi tutti nelle stesse condizioni.  Non c'è da stupirsi se un ragazzo aspira ad una crescita che, indipendentemente dal lavoro svolto, passi attraverso ad una adeguata retribuzione.

Ci hanno rubato tutto.

La politica ci usa solo come propaganda. E le aziende ci fanno andare avanti a contratti di tre mesi, per poi non poterci stabilizzare e ricominciare tutto daccapo. Un Paese può rinascere solo puntando sui suoi giovani, invogliandoli a restare, dandogli – a costo di qualsiasi sacrificio – il lavoro. Generalizzare è fin troppo facile. Essere giovani, oggi, non lo è per niente.