Primo Maggio, festa del lavoro?

deblasiodaniela terdi Daniela De Blasio* - Mi chiedo oggi che significato può avere il 1° Maggio, la festa del lavoro. Nella storia, queste giornate si sono riempite di lavoratori che nelle piazze rivendicavano le loro istanze, oggi forse saranno piene di disoccupati che rivendicano un posto di lavoro. Si è già da tempo avviata una nuova, terribile, distruttiva fase del più buio periodo storico che i libri di storia ricordino. La morsa della crisi in questi ultimi due anni ha abbondantemente stritolato le famiglie e le imprese innescando una bomba sociale pronta ad esplodere in qualsiasi momento. Gravi segnali di questo squilibrio sono dati dalle innumerevoli, tristi situazioni di cui ogni giorno si legge sulla stampa. Il sud, che ha sempre sofferto di un'arretratezza economica, adesso percepisce la crisi in modo netto e profondo anche e soprattutto a causa di un'economia fondamentalmente basata sul "sostegno della rete parentale", infatti, nei momenti di bisogno economico i giovani disoccupati facevano riferimento alla famiglia di origine che ha rappresentato un vero e proprio ammortizzatore sociale. Oggi questa rete di protezione è stata a sua volta colpita dalla crisi e pertanto è incapace di supportare e ammortizzare le problematiche economiche dei propri figli. La politica si è dimostrata incapace di cogliere i segnali da tempo mandati da una popolazione che non riesce a trovare una propria identità lavorativa in un contesto che non offre loro spazi. Eppure, sarebbe bastato leggere i dati a disposizione delle Istituzioni per dirottare le politiche del lavoro e la formazione professionale nella giusta direzione. La sordità della politica, sempre più concentrata su di una visione dell'economia di mercato ormai superata, ha prodotto pian piano il risultato che oggi è sotto gli occhi di tutti. La popolazione calabrese è scoraggiata, l'occupazione è un miraggio precario e anche in questo caso le differenze di genere si fanno sentire, infatti sempre più donne si ritrovano fuori dal mercato del lavoro anche se, snocciolando i dati della crisi,  sono stati sacrificati maggiormente i posti di lavoro degli uomini rispetto a quelli delle donne. In particolare nella provincia di Reggio Calabria il mercato del lavoro è caratterizzato da bassi tassi di occupazione, specie quella femminile, dal lavoro nero, da una miriade di contratti che non garantiscono ai giovani un futuro stabile, da un mancato ricambio generazionale tra chi esce e chi entra nel mercato del lavoro e dalla mancanza di tutele universali.

Basta dare una lettura, anche non troppo approfondita, ai dati che vengono rilasciati dai Centri per l'Impiego della Provincia di Reggio Calabria per capire l'entità del fenomeno e farsi un'idea sul problema della mancanza di lavoro. Oltre 137.000 iscritti al CPI che stanno cercando lavoro e sono pronti a lavorare da subito, di questi il 54% (73.800) è rappresentato da donne e la restante parte ovvero 63.200 sono uomini. Dunque la disoccupazione aumenta a vista d'occhio ma, in controtendenza, le ricerche di professionalità aperte sono molte. Ci sono infatti imprenditori che ancora vogliono investire a Reggio Calabria, ma non sempre trovano i profili professionali di cui hanno bisogno. Mancano tecnici con competenze trasversali, che conoscano tre-quattro lingue, che sappiano comunicare, che abbiano competenze adattabili all'innovazione. Questo problema si perde nella notte dei tempi e deriva da errori che sono da ricercare nella scuola, nella formazione e nell'università. In un mercato del lavoro in crisi qual è quello locale, ma anche quello nazionale, serve una boccata di ossigeno (incentivi, sgravi fiscali, abbattimento del costo del lavoro, ecc.) in grado di promuovere al meglio le start-up che oggi, soprattutto al sud, possono rappresentare la vera spina dorsale dell'economia mettendo in contatto diretto queste ultime con il mondo della scuola-università in modo tale da migliorare sinergicamente il nuovo mercato del lavoro nel prossimo futuro. Per non parlare poi del turismo, altro atavico miraggio che da sempre ha riempito le bocche di tutti, dai politici agli imprenditori, ma  che ad oggi costituisce esclusivamente una bellezza naturale e non una risorsa economica importante e vitale per il nostro territorio.

Una società civile è quella in cui la politica e le Istituzioni non restano indifferenti dinnanzi al dramma dell'uomo, del lavoratore, il quale una volta perso il lavoro si spoglia della propria dignità. Non bisogna vivere vite parallele tra  società civile e istituzioni ma vite complementari e partecipate, perchè la vera politica è figlia del bisogno dei cittadini, che non deve essere strumentalizzato.

*Consigliera di Parità della Provincia di Reggio Calabria