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Dal Valentino

grandetorinodi Isidoro Pennisi* - Epico è l'insieme di parole che nominano fatti e persone di cui non serve serbare memoria, perché come le Montagne, i Fiumi, i Mari sono incise sulla Terra senza che si possano cancellarle. Non si ricordano o si dimenticano: sono e basta. Non sono l'inconscio o il conscio della memoria collettiva, ma quel brivido reale e materiale che proviamo, senza averne memoria, quando un parto ci consegna al Mondo tra la placenta e la prima boccata d'aria. Il Grande Torino è questo: vita allo stato prenatale. Gestazione infinita di un esempio di vita personale e collettiva così emblematico che si può solo provare a scalare o navigare, con tutti i rischi del caso.

Quando settanta anni fa l'aereo che riportava questa squadra di calcio a Torino da Lisbona si andò a schiantare sulla sola collina disponibile in quella zona, Montanelli, con grande lucidità, disse di stare tranquilli: "quei morti non sono morti. Sono solo andati in trasferta, a giocare una partita importante. Torneranno ogni volta che a noi servirà: quando ne avremo bisogno". Oggi ne abbiamo bisogno. Di cosa parliamo? Parliamo di una grande avventura che dura, dentro la storia dei sensi umani, appena dieci anni: dal 1939, quando un Industriale Sabaudo rileva il Torino, sino a quando una virata alla cieca in fase di atterraggio non toglie respiro e gambe all'intera squadra. Dieci anni non banali: una Guerra Mondiale, infatti, ne occupa più della metà. Ciò che rimane di quegli anni, però, è il Regno dove questa squadra di calcio stabilisce la sua supremazia sportiva e morale insieme ai termini di cosa voglia dire organizzare una Grande Impresa che metta in discussione una realtà ritenuta immodificabile.

Quella realtà era descritta, come oggi, dalla supremazia che il denaro, la posizione, la storia, la struttura del potere, hanno complessivamente sull'ingenua credenza che imporrebbe che sia il merito, la bravura, l'idea, la generosità a fare la differenza nella vita. Cosa ingenua, infatti, perché la realtà, almeno nella maggior parte dei metri quadri dipinti dalle vicende storiche conosciute, dice che le cose non stanno così. Quel giovane industriale sabaudo che rilevò una squadra fino a quel momento appena sopportata dentro l'organizzazione sportiva più rilevante del Paese, aveva in mente di far vedere che senza usare la protervia, ma senza ingenuità idealiste, era possibile far vedere che nulla è eterno e immutabile, e che anche nella città dove già esisteva una squadra che contava, nel Paese dove era presente una gerarchia sportiva da rispettare, poteva nascere qualche cosa di meglio. E' l'ambizione umana. Quella che però serviva anche al nostro Paese, uscito sconfitto da vent'anni di follia e da un Guerra che l'aveva seppellita sotto delle macerie materiali e morali. Quell'ambizione che fece nascere quel gruppo di uomini e intenzioni che il Grande Torino raduna in sé. Il calcio non è solo calcio, e basterebbe rileggere alcune cose di Pasolini per capirlo bene. Nel caso di quella squadra, il calcio non solo non è solo calcio ma è esperimento perfetto che dimostra che nulla è impossibile quando le persone mettono al servizio se stesse per un progetto sovra biografico. Dimostra come sia possibile modificare la realtà dandogli un senso coerente con i suoi bisogni di fase, anche quando sembra finita: e l'Italia era finita in quegli anni. E' un luogo comune retorico, infatti, affermare che la sola libertà e il semplice fatto di avere un futuro in apparenza diverso da quello lasciato, siano stati la chiave del Miracolo che il nostro Paese compì.

Non fu un miracolo ma, come sempre, fu la grazia di alcuni esseri umani a indicare al Paese e a chi lo animava la strada da percorrere, e che noi fino ad un certo punto abbiamo percorso, trascinati dalle capacità e dall'entusiasmo che il ritmo vitale di alcuni impongono radicalmente a tutti gli altri. Enrico Mattei, Giuseppe Di Vittorio, per fare due esempi, se avessero avuto l'età giusta e il talento per governare con arte un pallone sul prato, avrebbero giocato nel Grande Torino. Novo, il Presidente Sabaudo di quella squadra, li avrebbe ingaggiati senza pensarci due volte. Perché in quella squadra non giocavano semplicemente dei migliori, ma coloro che con il meglio che avevano come uomini sapevano rendere migliore una realtà che sino a quel momento non sapeva d'esserlo. Una comunità e un Paese, oggi, hanno bisogno di una squadra di calcio di settanta anni fa? A guardare con franchezza e senso della realtà la nostra vita, siamo al momento un Paese spento, senza slanci, senza il ritmo dell'entusiasmo. Forse non abbiamo nelle orecchie il suono delle bombe che scendono dal cielo, delle truppe che risalendo da Sud, pur liberandoci, ci misero di fronte alle nostre meschinità codarde, e non ci siamo lacerati dentro i combattimenti brevi ma feroci che regolarono i conti tra fratelli dentro una Guerra Civile che per breve tempo tale fu, comunque la si interpreti. Però siamo un Paese ferito nell'anima. Ci siamo arresi ad un benessere che credevamo eterno, inseguendolo e godendolo egoisticamente come individui, slacciando tutti i legami comunitari.

Le distinte ed egoiste biografie hanno avuto vita facile sino a quando le cose sono andate bene. La Storia, però, non è una sequenza eterna di benevolenze, e appena esse si sono assentate ci siamo ritrovati inutilmente soli, non più capaci di essere quello che il Grande Torino fu: una squadra con uno stesso obbiettivo; delle singole capacità, variamente misurabili, al servizio di un fine non personale; una comunità consapevole e con talenti diffusi, con dentro qualche fuori classe assoluto, che la provvidenza non fa mancare mai. "Il tempo è un signore distratto", diceva De Andrè, ma in questo caso, come dicevo all'inizio, il Grande Torino esula dal tempo, perché lo cavalca, lo contrasta, lo aggredisce sulle ali, lo catapulta al centro dove trova qualcuno pronto a spingerlo in porta, costringendolo a capitolare. Il Grande Torino ancora oggi è il teorema perfetto di cosa sia un progetto umano ambizioso che miri a modificare la realtà per sempre, anche quando, nel normale riflusso degli eventi, sembra il contrario. Una grande squadra e un impresa hanno però bisogno di qualcuno che si faccia avanti e si carichi sulle spalle il coraggio di tutti, anche quello deluso e dormiente che attende un segnale, un gesto, un esempio che lo scuota: hanno bisogno di un Capitano. Valentino Mazzola era il Capitano di quella squadra perché la volontà degli Dei non è stolta, e sa che in ogni tempo non si lascia al caso questo ruolo. Era un giocatore che sapeva fare tutto, forse anche il raccata palle, se serviva. Era destro e sinistro e la testa la usava non solo per ragionare. Aveva il coraggio di far scendere la sua classe al livello degli stinchi che combattono quando serviva, e sapeva che un assist vale forse più di un gol, perché è un regalo che fai alla squadra, al tuo compagno, di cui ti fidi, e che sai che lo accetterà senza sbagliare.

Giampiero Boniperti, in un derby, stava già esultando per un gol a porta vuota, quando tra la palla e quel vuoto spuntò dal nulla un ombra. Era Valentino Mazzola, che invece di stare dove il rango gli dava il diritto di stare, si trovò sulla linea di porta, come il più oscuro dei difensori a respingere quella certezza di gol. Questo fa un Capitano, un Leader: fa quello che sa fare chi deve seguirlo, perché nessuno al Mondo ha mai seguito qualcuno in una grande impresa se questo non dimostra di saper stare nei panni del più piccolo tra quelli che devono seguirlo. Questo, prima ancora che il resto, fu il Grande Torino. Andiamo avanti.

*Docente universitario