di Valeria Guarniera - "Non sono sola in questo strano limbo. Siamo in tante a farci compagnia. Aspettiamo che un luogo ci accolga, che la nostra anima trovi pace. Per il Paradiso, forse, non abbiamo i requisiti: colpevoli dei peccati subìti. All'Inferno non ci vogliono: rovineremmo il clima.
E allora stiamo qui, ad aspettare.
Non ho nome: la mia identità si è fusa con quella delle altre donne, in un triste anonimato. Immacolata. Carmela. Ilaria. Vanessa. Qui non conta, nessuno ci chiama. Vaghiamo, senza una meta. Senza guardare. Senza parlare. A testa bassa, piegate dalla vergogna. Con la schiena curva, stremate dalla fatica. Assuefatte al dolore. Rassegnate alla solitudine. Non ho un'età: questo è un luogo senza tempo. 53 anni. 17. 24. 43. Non fa differenza. Tutte uguali, tutte morte. Strappate alla vita in una splendida giornata di sole. Allontanate dai propri figli in un tranquillo e piovoso pomeriggio. Prese a calci in una profumata sera d'estate. Morte, senza un perché.
Lì, da dove arrivo, parlano di me. Non distinguo le voci che mi ronzano nella testa. Non capisco cosa dicono. "Poveretta". "Che tragedia". "Una famiglia distrutta", mi sembra di sentire. Parlano a bassa voce, annientati dalla vergogna. Guardano la mia foto: "Com'era bella", dicono al mio assassino.
Complici del silenzio che mi ha uccisa.
L'inquietudine mi assale. Dove sono? Qui, in un'apparente calma, non riesco a trovare pace. Mi sento sporca, peccatrice ancora da punire. Vorrei guardare il mio viso: lo sfioro, accarezzo la mia pelle. Non è liscia come un tempo. E' gonfia. Graffiata. Sembra martoriata. Ma qui non ci sono specchi. Mi guardo attraverso i pensieri e provo a immaginare il mio volto. Presto lo dimenticherò. La vanità porta solo guai. Le mie espressioni. Il mio sorriso è un ricordo che, adesso, non mi consola. E le lacrime che escono dagli occhi mi sembrano diverse: dense, scorrono fino alla bocca, come quella dolorosa carezza che non dimentico. Anche il sapore è cambiato: è amaro, quasi aspro. E' sangue. E mi incornicia il viso. E mi segna i tratti. Rosso, mi sporca le mani. Qui è buio, non distinguo i colori, ma quel rosso lo ricordo bene. E' un colore che ha un odore. Forte. Inconfondibile. Respiro, mi manca l'aria. E' invadente, entra nei polmoni. Mi soffoca, come quel doloroso abbraccio dal quale non riuscivo a liberarmi.
Alzo gli occhi: vedo in lontananza una strada. E' deserta. E alla fine sembra esserci una luce. Ho paura ad avvicinarmi: perché le altre donne non ci vanno? Cosa le tiene incatenate qui? Forse quella sensazione di vergogna che le assale, e che opprime anche me. Forse quel senso di smarrimento che le confonde, e che anche a me ha fatto perdere la via. E forse è un'illusione, l'ennesimo inganno di una vita crudele. Eppure mi piacerebbe andare. Riscoprire i colori. Ritrovare i fiori ... sentire l'odore del gelsomino quando si avvicina l'estate. Bagnarmi i piedi in riva al mare. Stendermi al sole e per un attimo dimenticare. Dall'altra parte, forse, potrei trovare pace...".