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Scemo chi li elegge

collagescemochilieleggedi Claudio Cordova - Se non fosse qualcosa di troppo sadico e macabro persino per uno come me, proporrei di imbustare, alla presenza di un notaio, una rosa di nomi di politici e imprenditori che, presto o tardi, ritengo finiranno implicati per reati di 'Ndrangheta, sicuro di non allontanarmi troppo dalla realtà quando la busta verrà aperta. E questo non perché sia a conoscenza di tutti i loro affari (quello che so, solitamente, lo scrivo), né perché abbia notizia di indagini sul loro conto e nemmeno (magari!) per particolari doti divinatorie. Ma semplicemente perché sono nato qui, vivo qui, osservo comportamenti e spesso li racconto.

E dietro alcuni comportamenti, magari non penalmente rilevanti, si nasconde spesso un mondo, fatto di compromessi e di legami torbidi, con malaffare e criminalità organizzata. In un mondo solo lontanamente vicino alla normalità, frequentare mafiosi in masserie di campagna non dovrebbe essere il lasciapassare, anche con i voti di tante sedicenti persone "perbene", per i palazzi istituzionali.

E invece accade.

Ancora una volta, sono dovute arrivare magistratura e forze dell'ordine. E questa è una sconfitta. Perché non si può pensare di sconfiggere la 'Ndrangheta a colpi di manette, ma dovrebbe essere in primis la comunità a essere capace di non vivere con la cultura del sospetto, ma allo stesso tempo di scegliere in maniera adeguata chi votare o dove spendere i propri soldi, a creare dentro di sé gli anticorpi necessari a non far proliferare il cancro mafioso. L'inchiesta "Libro Nero", che ha portato all'arresto di diverse persone tra mafiosi, politici e imprenditori molto conosciuti a Reggio Calabria, ma non solo, ci mostra invece ancora una volta che siamo in ritardo. Che spesso non portiamo avanti una battaglia d'avanguardia contro la 'Ndrangheta e le sue complicità. I politici arrestati – Alessandro Nicolò, Sebi Romeo – non solo da anni ottengono barcate di voti a ogni competizione elettorale, ma soprattutto erano ricercati per sbrogliare questioni, per fare favori, ma anche per partecipare a convegni. Stessa cosa si dica per Demetrio Naccari, che almeno adesso, essendosi salvato per miracolo dalle manette, potrebbe (si spera) accantonare un po' della ingiustificata spocchia di superiorità intellettuale e morale che si portava dietro. E, ancora, i "Berna Brothers" hanno ricoperto ruoli importanti: Demetrio addirittura assessore comunale al Bilancio, Francesco attuale presidente dei Costruttori calabresi.

Insomma, persone pienamente inserite non solo nel mondo istituzionale, ma, ancor prima, in quello sociale e relazionale, talvolta quasi idolatrati dai lacchè di partito, ma non solo da essi.

E questo nonostante il fatto che su diversi di loro fosse stato possibile (sulle colonne del Dispaccio, ma non solo) leggere di strani affari, di relazioni equivoche, di cene e incontri con malavitosi. Se il giornalismo ha un compito, è quello di mettere i cittadini di fronte ai fatti, in modo tale che possano scegliere. Ma il giornalista può solo accompagnare fino alla soglia: deve essere il cittadino a varcarla. E invece nulla di quanto raccontato ha impedito (e impedisce) a Nicolò (e agli altri come lui che ancora bazzicano i palazzi istituzionali) di avere il solito codazzo, purtroppo talvolta anche di giovani. E allora, proprio perché nessuno qui ha mai invocato lo stato di polizia (e chi lo ha inteso, ha seri problemi con la lingua italiana) non può essere solo l'azione repressiva a separare i "buoni" dai "cattivi", peraltro con responsabilità che vanno ancora tutte accertate.

Serve quel controllo sociale che ormai a queste latitudini sembra pressoché inesistente. Servono esempi positivi, scelte più dignitose che coraggiose.

Nella battaglia di retroguardia sui temi di legalità e moralità senza alcun dubbio la credibilità istituzionale è ormai sotto tacchi. E tutto questo rischia di svilire anche quel poco di dibattito che nasce su questi temi: per esempio, che credibilità può avere la pur seria discussione sul tema delle interdittive antimafia, se a portarla avanti era l'attuale presidente arrestato Francesco Berna? E come lui, sono tanti a mascherarsi dietro i nobili principi del garantismo, per cercare invece di depotenziare gli strumenti istituzionali da adottare contro le 'Ndrangheta o, peggio, per ricercare impunità. Infatti, anche dopo gli arresti, il mondo politico ha dato il peggio di sé. Il governatore Mario Oliverio, per esempio, ha "giustificato" gli arresti domiciliari nei confronti di Sebi Romeo dicendo che l'accusa mossa "non ha nulla a che vedere con reati di mafia". In effetti è "solo" tentata corruzione. Nel dubbio di spararla grossa (o, più verosimilmente, per pudore) ha taciuto invece il sindaco metropolitano Giuseppe Falcomatà, che si ritrova adesso il cognato Naccari indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Fatta esclusione per una comunicazione relativa all'Hospice, dalla mail dell'ufficio stampa del Comune di Reggio Calabria nelle ultime è partito un numero imprecisato di puttanate e nemmeno una riga sull'inchiesta "Libro Nero", che riguarda proprio la città di Reggio Calabria.

E invece, quanto avrebbe fatto in termini di dignità istituzionale un intervento del sindaco? Ma, forse, era chiedere troppo.