Firme
 

Nonostante tutto, questo governo s’ha da fare

Conte Di Maio Zingaretti 1di Nino Mallamaci - Sono stato assolutamente contrario a ogni ipotesi di governicchio costruito sulla sola necessità di fermare Salvini per qualche mese, togliendogli le castagne dal fuoco per la manovra economica e per l'aumento dell'iva. Questo perché ritenevo che una soluzione di tal fatta avrebbe non risolto ma soltanto rimandato, probabilmente amplificandolo, il problema. Sono stato contrario al reincarico a Conte, fulminato sulla via di Damasco dopo 14 mesi di sottomissione totale allo stesso ministro dell'inferno. Ho rivisto la mia posizione, nonostante la mancata autocritica dei 5 stelle sullo sfacelo del governo uscente, in quanto la maggioranza che si va perfezionando, e la riconferma di Conte, è un rospo da ingoiare, sperando che il nuovo governo lavori su una linea di netta discontinuità intervenendo con decisione su alcune questioni: la sicurezza, i migranti, la tassazione, il lavoro, e altro ancora. Oggi, tuttavia, ho avuto la conferma che non ci si poteva fare sfuggire l'occasione, da lui stesso creata, di sbattere il milanese fannullone, quello che voleva i pieni poteri come il suo ispiratore nel 1922, all'opposizione. "Alla faccia della discontinuità": questa l'affermazione dell'animale che ancora siede al ministero dell'interno quando ha firmato il divieto di sbarco per i bambini della Mare Jonio. E' lo stesso soggetto che chiedeva di lasciare fuori i bambini, quando un giornalista gli chiedeva conto della gita del figlio sulla moto d'acqua della polizia, che ancora, dando l'ennesima prova di una disumanità da gelare il sangue nelle vene, gioca col destino di poveri esseri umani indifesi. Che li utilizza come strumento nella sua codarda guerra contro i deboli, il vero leitmotiv, la missione del suo stare nelle istituzioni, della sua azione pubblica. Ora, contando sulla capacità della nuova aggregazione governativa, e del PD in particolare, di non minare un percorso già impervio di suo, non possiamo che tirare un sospiro di sollievo davanti allo scenario di un essere del genere confinato ad abbaiare dall'opposizione.

Tutto ciò al netto dei legittimi dubbi di chi ancora non è convinto al 100 % dell'operazione. Se stessimo in tribuna, in uno stadio, Salvini in panchina per un bel po' di tempo varrebbe, come suol dirsi, il prezzo del biglietto. Al di là del fatto politico, c'è una cosa che ci si deve augurare nel prosieguo della partita. In questi pazzi giorni d'agosto, il popolo italiano ha seguito un dibattito parlamentare aperto da una relazione forte, pungente, senza sconti (sulla sua tardività non vi è nulla da aggiungere) del presidente del consiglio. Nonostante la pesantezza delle accuse, indirizzate tra l'altro a chi gli sedeva giusto accanto, Conte ha usato un linguaggio sobrio, un tono pacato. Ha colpito sì duramente, ma ha maneggiato la sciabola (non di fioretto si è trattato) con eleganza, con stile. Il Quirinale ha fatto il resto. La sacralità del luogo, unita alla signorilità dei modi, per nulla arrendevole o timida sul piano dei contenuti, del presidente Mattarella, hanno evidentemente contagiato tutti gli avventori, anche quelli più esagitati che, appena 15 giorni addietro, intimavano ai parlamentari di alzare il culo per rispondere alla chiama del capo. E anche le trattative, a mio avviso segnate dalla conduzione risoluta ma rispettosa di Zingaretti, si sono contraddistinte per la posatezza dei protagonisti. E' vero, siamo ancora all'inizio, e il futuro, anche prossimo, può rivelarsi imprevedibile. Intanto, vogliamo credere che, almeno nello stile e nel linguaggio, le premesse ci siano tutte per aprire una nuova fase della politica italiana. L'auspicio ulteriore è che il migliore clima che si respira si possa allargare a tutto il resto, per cancellare, coi fatti, l'orrido degli ultimi 14 mesi.

*Avvocato e scrittore