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Mancava l'imputato giusto

scutellaflaviodi Claudio Cordova - Anche per chi attraverso quel dramma non è passato, non è difficile capire la rabbia e la disperazione di Alfonso Scutellà, padre del piccolo Flavio (nella foto), morto nell'ottobre 2007. Un vecchio luogo comune dice che nessun genitore dovrebbe sopravvivere ai propri figli. E la sentenza emessa ieri non può non lasciare l'amaro in bocca a un padre che ha visto morire il proprio bambino ad appena dodici anni, per una banale caduta durante i giochi.

Prima di dire, in maniera legittima, se la decisione presa dal giudice Angelina Bandiera sia inattaccabile o discutibile, bisognerà attendere il deposito delle motivazioni, che arriverà tra qualche mese. Il giudice Bandiera ha condannato quattro degli imputati, assolvendone sei. Tra questi Saverio Cipri, Francesco Morosini e Giuseppe Mauro, medici dei reparti di Neurochirurgia. Assolti anche i medici del 118, mentre le quattro persone a pagare erano in servizio, ai tempi della tragedia, prevalentemente all'ospedale di Polistena.

Il piccolo Flavio, originario di Scido, paese di neanche mille abitanti nel cuore dell'Aspromonte, è spirato presso gli Ospedali Riuniti di Reggio Calabria, dopo il trasporto d'urgenza dall'ospedale di Polistena e quattro giorni di coma. Secondo l'accusa, rappresentata dal pubblico ministero Francesco Tedesco, i ritardi nei soccorsi e alcuni errori di valutazione sanitaria sarebbero costati la vita al piccolo Flavio. Il 12enne, infatti, è deceduto dopo alcuni giorni di coma e un'odissea vissuta tra gli ospedali di Polistena e Reggio Calabria, prima di trovare una sala operatoria libera che potesse operarlo. Otto ore, infatti, sarebbero passate da quando il ragazzo era giunto all'ospedale di Polistena, fino al suo arrivo in sala operatoria di Reggio Calabria. Troppe, decisamente troppe. La mancanza di un mezzo pronto per il trasporto dalla Piana ai Riuniti sarebbe stato fatale al piccolo. Gli altri ospedali contattati, Catanzaro e Cosenza, che non avrebbero accettato il ricovero.

Nel corso della lunga, lunghissima, istruttoria dibattimentale, hanno sfilato in aula decine di testi, tanto dell'accusa, tanto delle difese. E la maggior parte di essi non ha fatto a meno di sottolineare le evidenti e gravissime carenze strutturali del servizio di pronto soccorso nella provincia di Reggio Calabria, con particolare riferimento alla Piana di Gioia Tauro. Gravi carenze strutturali che, è stato un leit motiv delle testimonianze, possono anche causare danni irreparabili.

Come è avvenuto nel caso del piccolo Flavio.

Ma, al di là delle singole responsabilità personali, riconosciute o meno dal giudice Bandiera, il dato più rilevante lo si evince anche dall'arringa difensiva effettuata, alcuni mesi fa, dall'avvocato Marco Panella (difensore di uno degli infermieri del 118, Carmelo Alampi, assolto nonostante la richiesta di condanna). Secondo il legale, nel processo, infatti, oltre a medici e infermieri, mancherebbe l'imputato principale e, probabilmente, quello giusto.

La Regione Calabria.

Un'opinione più che condivisibile. E' impensabile, ancorché vergognoso, che in una regione che impiega gran parte del proprio bilancio per la sanità, la provincia di Reggio Calabria sia servita solo da sedici ambulanze medicalizzate (di cui cinque che effettuano solo reperibilità). Anche nel corso del dibattimento, infatti, verrà dichiarato come il vasto e impervio da percorrere territorio della Piana di Gioia Tauro sia servito solo da tre ambulanze. E spostando il discorso su Reggio centro, sono, allo stato attuale, due le ambulanze che servono, giorno dopo giorno, una città di circa duecentomila abitanti. E nei casi di emergenza, come gli incidenti stradali, quando i due mezzi sono entrambi impegnati, a Reggio deve giungere l'ambulanza da Scilla, per garantire un minimo di copertura e a Scilla, a sua volta, deve "scendere" quella da Sant'Eufemia d'Aspromonte. Numeri e situazioni a dir poco imbarazzanti, senza menzionare la fatiscenza delle strutture pubbliche e l'inadeguatezza degli strumenti di lavoro che porta, spesso, anche ottimi medici a inspiegabili errori.

Il triste caso di Flavio Scutellà si verificò nel periodo in cui la Giunta Regionale era retta da Agazio Loiero che, proprio sui temi della sanità, con i balletti di Doris Lo Moro e Vincenzo Spaziante fece alcune delle sue tantissime brutte figure. Da allora, poco o nulla è cambiato. E il numero di frasi di routine sul deficit sanitario, sull'efficienza delle strutture, sull'emigrazione a causa delle cure, è probabilmente inferiore solo ai ciclici annunci sul completamento dell'autostrada A3, Salerno-Reggio Calabria.

E allora sono giustificate le lacrime di Alfonso Scutellà e il suo grido contro la (in)giustizia va anche compreso. Per questo, infatti, la maggiore responsabile della morte di Flavio Scutellà e di tanti altri casi di malasanità o di decessi per colpa del sistema sanitario che non funziona, dovrebbe essere, davvero, la Regione Calabria.

In realtà, purtroppo, l'Ente Regionale è colpevole, ma non imputabile. E insieme alle morti, anche giovani, dei calabresi, forse è proprio questo il dato più triste.

A distanza di anni la sanità calabrese continua a essere tra le più inefficienti d'Italia, perpetuando il proprio quasi esclusivo compito di elargire incarichi e prebende, per lo più all'ombra dei partiti o della criminalità.

A distanza di anni, l'unica novità è rappresentata dalla sentenza di primo grado per la morte del piccolo Flavio. La rabbia e le lacrime di papà Alfonso, invece, sono le stesse di quattro anni e mezzo fa.

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