- di Alessia Candito - Dovrebbe essere memoria condivisa, radice comune, fondamento costituzionale. Eppure negli ultimi anni la Resistenza e la sua celebrazione – quel 25 Aprile diventato simbolo della Liberazione dell'Italia dall'oppressione – è stata sempre più messa in discussione, ridimensionata, decontestualizzata. Oppressi e oppressori sono stati messi sullo stesso piano, fino a concedere al precedente governo il lusso di avanzare l'ipotesi di cancellare il 25 Aprile dalle festività nazionali. A poco meno di un anno da quella proposta che ha suscitato un'ondata di indignazione in tutta Italia, l'Associazione nazionale partigiani torna in piazza per festeggiare quella Liberazione che qualcuno avrebbe voluto cancellare, quanto meno dall'immaginario collettivo. E festeggia anche a Reggio Calabria, dove Resistenza non ce n'è stata, ma partigiani sì e soprattutto – dice il presidente Anpi Sandro Vitale – c'è bisogno "di costruire oggi nuove generazioni di nuovi partigiani.
Che significato ha ricordare oggi il 25 Aprile?
Il significato oggi del 25 Aprile 2012 è sempre di più quello di un ideale filo rosso che collega l'esperienza partigiana - di chi allora si batté in montagna, nelle brigate partigiane, per ricostruire un Paese devastato dalle violenze della guerra, ma soprattutto dalla dittatura fascista prima e dall'occupazione nazifascista poi - alle generazioni che noi chiamiamo di "nuovi resistenti. E questo ha un significato preciso: rendere vivo e vigente quell'impegno, quella passione civile che animò quei partigiani. Quegli uomini e quelle donne volevano costruire un Paese in cui ci fossero sì la liberta e la democrazia, ma soprattutto un Paese che rendesse concreti anche quei valori fondamentali che furono poi trascritti nella carta costituzionale.
Quanto di quella lotta è ancora attuale?
Oggi i valori sanciti nella Carta costituzionale, soprattutto nei primi 12 articoli – una Costituzione che da anni qualcuno cerca disperatamente di modificare - aspettano ancora di essere attuati. Penso ad esempio all'articolo 3, che parla di uguaglianza, in cui si dice che la Repubblica deve rimuovere tutti gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale". Questo è solo un esempio di tante conquiste ancora da compiere. Allora avevamo un Paese distrutto dalla guerra, oggi da un'altra catastrofe che riguarda - ancora una volta - la democrazia, ma soprattutto la vita sociale di questo Paese. Basti pensare ai giovani precari senza futuro, o ai tanti operai che si uccidono perchè perdono il lavoro o sono in cassa integrazione. Basti pensare a questo Paese devastato dalla corruzione, da quello che sono diventati i partiti. Quando ho accanto a me i partigiani che mi dicono "Questo non è il Paese per cui abbiamo combattuto", non posso fare altro che essere d'accordo con loro. Il tentativo che fa l'Anpi è di mettere insieme questa generazione di cui si perderebbero le tracce e le memorie, con generazioni più e meno giovani per dare un seguito a quel filo rosso iniziato nel marzo '43, culminato il 25 Aprile del '46 e che si continua a tessere ancora oggi.
A Reggio Calabria il 25 Aprile assume un significato particolare?
Assolutamente sì. Qui a Reggio il 25 aprile è importante perché vale non solo quanto detto per l'Italia - un Paese devastato e disastrato dal punto di vista politico, economico e sociale - ma c'è anche una questione meridionale che bisogna affrontare. Oserei quasi dire che qui a Reggio Calabria, la democrazia non è mai nata, perchè la democrazia – quella vera - è fatta di impegno, passione civile, partecipazione, protagonismo. Io vivo a Reggio da molti decenni e queste cose le ho viste solo di rado e a sprazzi. L'esperienza partigiana qui non c'è stata. Ci sono stati molti meridionali che hanno fatto i partigiani al nord, ma qui in questa terra la Resistenza - che è sempre un'esperienza di protagonismo, impegno civile e passione – non c'è stata e questo fa la differenza. Si vede, si sente nella costruzione della coscienza collettiva. Non è difficile riscontrare da queste parti una sorta di rassegnazione atavica, ci si limita ad essere spettatori di quel che succede. Spettatori spesso brontoloni, ma che non si rimboccano mai le maniche. Come Anpi, abbiamo da poco iniziato a cercare di costruire le condizioni per ritessere quel filo che lega la città a quel 25 Aprile. E facciamo appello a tutti, perchè questa non è o non dovrebbe essere una festa di parte, ma dovrebbe riguardare tutti quanti. Tutti dovrebbero - almeno formalmente - riconoscersi nei valori dell'antifascismo, anche se sappiamo che in realtà non è così. Quando non c'eravamo noi dell'Anpi, la festa della Liberazione veniva facilmente ignorata anche da enti e istituzioni. Il 25 Aprile qui a Reggio c'è da quando c'è l'Anpi.
Cosa ha in programma l'Anpi per questo 25 Aprile?
Abbiamo fatto un appello unitario a tutte le forze, associazioni e partiti che vogliano celebrare la Resistenza perchè si vada tutti insieme alle 10 alla Stele del partigiano a portare un fiore. E perchè insieme si intonino i canti della Resistenza, come qui a Reggio non è mai stato fatto. Speriamo - ma non è ancora certo - di poter finalmente collocare una targa alla base di pietra della Stele del partigiano, un monumento che ormai reca una scritta ormai illeggibile, che abbiamo chiesto – per adesso invano - che venga restaurata. Per la targa abbiamo scelto una frase di Pietro Calamandrei "Se volete sapere dov'è nata la nostra Costituzione dovete andare in montagna, là dove sono andati i partigiani che hanno speso la loro vita, hanno dato il loro sangue perchè questa Repubblica nascesse". Un omaggio, ma anche un modo per rendere più visibile quel monumento che la maggior parte dei reggini non riesce neanche a riconoscere. Eppure, la semplice targa che abbiamo chiesto di poter collocare è diventata oggetto di un'interminabile querelle. Abbiamo chiesto le necessarie autorizzazioni alla sovrintendenza e ne abbiamo rispettato tutte le rigidissime e vincolanti prescrizioni – tanto da rinunciare anche ai colori della bandiera italiana che sono nel logo dell'Anpi - ma adesso è da giorni che chiediamo inutilmente un incontro al sindaco, perché è lui che formalmente deve far apporre la targa. E nonostante sia stato ripetutamente sollecitato l'incontro non c'è mai stato.
Come mai c'è tanta disattenzione da parte dell'amministrazione comunale?
Formalmente questa amministrazione si riconosce nei valori della Costituzione, gli assessori e il sindaco giurano su quel testo, sull'articolo 54 della che fa obbligo a chi è parte delle amministrazioni pubbliche di rispettarne le prescrizioni, incluse quelle previste nelle XII Disposizione transitoria e finale, che dice che sotto qualsiasi veste è vietata la ricostituzione del partito fascista. Mentre noi abbiamo difficoltà a far muovere il Comune sul terreno della massima visibilità per la festa del 25 Aprile – basti pensare che non c'è nessun manifesto in giro, nulla che lo ricordi - dall'altra parte non possiamo che riscontrare una certa sensibilità nei confronti di chi raccoglie firme per l'intitolazione di una piazza a Giorgio Almirante. L'unica cosa che possa giustificare un comportamento del genere è che esistano delle sintonie di fondo. Mi auguro che non si vada avanti con questa cosa, perchè ricordiamoci che Almirante intentò un processo temerario per calunnia nei confronti di chi lo aveva definito torturatore e fucilatore di partigiani. Nell'ambito di quel procedimento presso il Tribunale di Grosseto, venne fuori l'esistenza del bando originale a firma dell'allora Ministro e dello stesso Almirante che diceva che coloro che non si fossero presentati al bando della repubblica di Salò, sarebbero stati fucilati alle spalle. Il tentativo di Almirante di sdoganarsi per via giudiziaria naufragò. Ora, pensare che si possano dedicare vie e strade a chi non si è comportato in maniera consonante con la nostra carta Costituzionale per me è una bestemmia. Titolare una piazza di Reggio Calabria, che fino a prova contraria fa parte della Repubblica nata dalla Resistenza e dall'antifascismo, mi sembra una cosa che come Anpi dobbiamo assolutamente contrastare, e contrastare avendo con noi molti cittadini.
Da Marzabotto quest'anno arriva un messaggio importante: la Liberazione è sì liberazione dal nazifascismo, ma deve essere anche celebrazione delle liberazioni che non sono avvenute come quelle dalla ndrangheta. Come mai questo messaggio viene da lontano e non viene da qui?
Da noi viene, dalle istituzioni no. Perché là, chi invita Maria Carmela Lanzetta è il sindaco di Marzabotto. C'è anche l'Anpi, certo, ma è il sindaco, è l'istituzione del Comune di Marzabotto. Qui invece siamo stati noi dell'Anpi ad invitare Lanzetta. Purtroppo proprio per l'impegno di Marzabotto ha dovuto rifiutare, come Tiberio Bentivoglio e Anna Maria Scarfò che avremmo voluto con noi. Ci sarà invece Claudio Toscano, che solo pochi giorni fa è stato aggredito e poi ancora una volta fatto oggetto di violenza da chi avrebbe dovuto prestargli assistenza all'ospedale. Noi stiamo cercando di lanciare il messaggio, perché noi riusciamo a vedere chiaramente il collegamento fra tutte queste liberazioni ancora da portare a termine. Ma siamo solo noi a farlo.
Qual è il filo nero che lega l'oppressione che veniva dal regime fascista e le oppressioni di cui parliamo adesso?
Allora era un tutt'uno con la violenza istituzionale, era una violenza che era diventata stato, istituzione. Oggi invece c'è spesso una collusione, ci sono due strati che sembra non coincidano: quello delle istituzioni che ufficialmente sono a parole contro la ndrangheta, e quello delle cosiddette zone grigie che sono talmente estese da spingere molti giovani a pensare - oggi come ieri, e purtroppo forse domani - che per avere un qualsiasi lavoro non si possa che passare attraverso "il sistema". Ho cercato sempre di contrastare questo modo di pensare, spiegando che un altro mondo è possibile e che non bisogna limitarsi a fotografare la realtà. E' il protagonismo, la passione, l'impegno civile, la capacità di indignazione che può cambiare questo mondo, altrimenti non c'è futuro, , non c'è prospettiva, non c'è liberazione.
Oggi quali sono le sfide che questi nuovi partigiani si trovano davanti?
Innanzitutto quella della democrazia: dobbiamo restituire un senso alla parola democrazia. Ma le nuove sfide corrispondono soprattutto alla scelta della direzione di marcia da seguire. Ci sono degli interessi contrastanti nella società, non si può pensare che non ci siano. È scorretto e sbagliato pensare che una politica di classe debba necessariamente essere identificata come una politica negativa, anche perchè in realtà la politica attuale è già di classe e risponde agli interessi delle classi sociali che governano. Bisogna far capire che i vari livelli della società non coincidono, dunque banalmente è necessario che vincano gli interessi dei più. Occorre però che questi più se ne rendano conto e comprendano di avere tutto da guadagnare e nulla a perdere, ma devono rimboccarsi le maniche. Sono loro quelli chiamati ad essere i nuovi partigiani. Questo lo devono fare non solo i giovani, ma tutti perché, come diceva Pertini "più che mille prediche valgono pochi esempi". Per questo i partigiani sono importanti, chi più di loro può essere d'esempio per un futuro ancora tutto da costruire?