“L’immagine oltre la notizia”. A colloquio con il fotoreporter Alessandro Gandolfi

strettodimessina gandolfidi Lavinia Romeo - L'area dello Stretto la conosce bene Alessandro Gandolfi, 43enne fotoreporter freelance parmigiano, che nel 2011 ha realizzato, in questa zona di confine tra Sicilia e Calabria, un reportage fotografico dal titolo "Il ponte che non c'è". Frutto dei numerosi scatti effettuati nel corso del Workshop fotografico del 2011, ideato e prodotto dalla Bluocean, il reportage sull'area dello Stretto, vincerà nel settembre dello stesso anno il prestigioso premio "Best Edit Award", riconoscimento che, ogni mese, la redazione di Washington del National Geographic assegna al miglior servizio pubblicato fra tutte le edizioni nazionali del magazine.

Gandolfi ci riprova, e anche quest'anno parteciperà in qualità di docente, al Bluocean's Workshop 2013, un corso in fotogiornalismo in quattro moduli, che si terrà dal 3 maggio al 22 settembre, e avrà come principale base Reggio Calabria, volgendo però, ancora una volta, lo sguardo alla vicina Sicilia.

Il corso sarà rivolto a chi, avendo già acquisito le competenze fotografiche minime, voglia approfondire le diverse tecniche ed espressioni necessarie a narrare una storia, servirà dunque, ad avere una base, su cui costruire la carriera del fotoreporter.
Lo stesso Gandolfi però, prima di diventare un fotoreporter, è stato un giornalista di "desk", nella sua biografia si legge infatti, che dopo una laurea in Filosofia e la Scuola di giornalismo di Urbino, Galdolfi lavora per anni alla redazione romana e poi a quella milanese di "Repubblica", la svolta avverrà soltanto nel 2001, quando il giornalista deciderà di dedicarsi alla fotografia e diventare un fotografo freelance. Dal 2006, inizierà la sua fruttuosa collaborazione con National Geographic Italia, con cui pubblicherà, nel corso degli anni, numerosi servizi realizzati in tutto il mondo, dal Messico all'Etiopia, dal Po alla Palestina.
Raggiunto telefonicamente, Gandolfi ci spiega come è avvenuto questo fondamentale passaggio nella sua vita,  e soprattutto come è maturato l'interesse per i reportage di viaggio.

Cosa è per lei la fotografia?

"La fotografia è stata un modo per cambiare vita, è stata una passione iniziale che poi è diventata un lavoro, e mi ha permesso di viaggiare, di raccontare storie attraverso l'immagine e non le parole, è stata, in maniera un po' provocatoria, una valvola di sfogo, uno strumento per fuggire via dalla routine delle redazioni giornalistiche. La fotografia è uno strumento che insieme alla parola e insieme ai video, può raccontare storie di persone, di uomini".

Riguardo alla professione di fotoreporter, che differenza c'è tra inscenare una foto e andare a scovare ciò che possa colpire la fuori nella realtà, nel mondo, cercando di cogliere l'attimo?

"Ci sono diversi tipi di fotoreporter, quelli che lavorano con le grandi agenzie di stampa, che hanno la priorità di cogliere l'attimo, l'evento, io sono un fotoreporter freelance, sono socio di un'agenzia fotografica, che si chiama Parallelozero, ma noi, essendo freelance, produciamo fondamentalmente servizi anche prima di essere concordati con i giornali, questo significa che alla fine, noi cerchiamo di raccontare storie che vadano al di la della semplice notizia, i fotogiornalisti freelance cercano di raccontare delle storie, di fare un approfondimento, cercando di narrare un evento, un luogo, una persona, da uno o più punti di vista. Siamo anche noi giornalisti, ma siamo dei giornalisti atipici".

La redazione americana di National Geographic l'ha premiata nel 2011 con il Best Edit Award, cosa cercava quando ha realizzato le foto sullo Stretto, ed in generale cosa cerca e cosa invece non vuole rappresentare quando realizza un reportage? C'è un'unità di vedute? Un filo rosso che unisce i suoi lavori?

"Io sono molto attento alla qualità dell'immagine, che molto spesso non c'è nelle foto del fotografo che fa cronaca spicciola, il cui scopo è quello di dare una notizia immediata, quello che faccio io, è di raccontare delle storie attraverso delle immagini belle, che siano perfette o quasi anche dal punto di vista estetico, questo è un elemento che io cerco sempre... Nel caso dello Stretto di Messina, è stata una casualità quella di trovarmi sia sul versante calabrese, che su quello siciliano nel 2011, dal workshop tenuto con i ragazzi e restando una settimana in giro nelle zone dello stretto, è nata l'idea di proporre il servizio alla National Geographic, a cui è piaciuto molto.

Il reportage sull'Area dello Stretto ha come titolo "Il ponte che non c'è", nonostante non ci sia un ponte, e quindi un'unione fisica, ha notato una continuità culturale e geomorfologica tra questi due territori?

"Per il reportage, è stata molto interessante la chiave di lettura che abbiamo fornito, perché l'oggetto del nostro servizio era praticamente l"acqua", il vuoto sostanzialmente, che in realtà è pieno di storia, di elementi che uniscono la costa calabrese con quella siciliana, sempre però con la presenza incombente di questo ponte, che non si sa se si farà oppure no. Abbiamo osservato tutti gli aspetti, economico, sociale, naturalistico, insomma è stato un racconto di una realtà attraverso le immagini, e l'acqua in questo caso, divide fisicamente, ma anche unisce le due coste".

Cosa crede che si possa insegnare della professione di fotoreporter? E cosa consiglierebbe a un giovane che si voglia accostare per la prima volta al mondo della fotografia?

"Consiglierei di fare dei workshop per ottenere delle informazioni tecniche, conoscere la macchina, ma soprattutto di essere curioso, di leggere i giornali, porsi degli obiettivi, ma anche dei termini entro cui realizzarli, dirsi "ok non posso solo studiare per cinque anni, ma devo trovare una storia da raccontare", la storia può essere dovunque, dietro casa, o in un posto lontanissimo, l'importante in questo lavoro è avere sempre la curiosità e fotografare. La fotografia è una materia molto pratica, e la capacità la si affina fotografando e soprattutto vedendo gli errori che si è fatto, per capire come migliorarsi. Quindi se dovessi dare un consiglio ad un aspirante fotografo direi, non perdere tempo, scendi per strada e inizia a fotografare. Ma ovviamente, non si nasce imparati, quindi alcune cose le si deve apprendere da chi questo mestiere lo fa da tempo, e questo workshop sarà un giusto mix tra parte teorica e tante ore di attività pratica, in cui ci porremo l'obiettivo, come è stato negli anni passati, di raccontare una storia, di scavare, di andare oltre l'immagine precostituita della realtà".