Dialogo immaginario per una storia di ordinaria disperazione

immigratidi Valeria Guarniera - -    Ma in quanti siete?  ...   Ecco la coperta: avvolgi bene il tuo bambino, è infreddolito. Certo che siete pazzi a mettervi in mare in queste condizioni.
-    Non siamo pazzi: siamo disperati. Acqua, per favore. Non bevo da tante ore.
-    Certo, disperati. Ma anche noi qui non scherziamo: qui và tutto a rotoli. Qui non è l'America. Prendi l'acqua, bevi ...
-    Grazie.
-    Bambini, anziani e donne incinta. E' un miracolo che siate ancora tutti vivi.
-    Siamo forti, siamo disperati: da una terra ostile ad un'altra che non ci vuole. Ma noi vogliamo lavorare, non vogliamo rubare niente a nessuno. Il pane che ci date ce lo vogliamo guadagnare. Vogliamo essere italiani. L'Italia è bella. Vi aiutiamo: facciamo i lavori che voi non volete fare. Le nostre mogli lavano le scale dei vostri bei palazzi. Noi raccogliamo le arance dei vostri alberi. Lavori faticosi: noi li facciamo.
-    Lavoro! Mi viene da ridere. Qui non ce n'è lavoro. Qui non c'è niente. E' rimasta solo la facciata. E quella che vi raccontano è una grossa bugia: il problema è che noi non vogliamo farci sfruttare, voi si. La fame che avete vi porta ad accettare dei compromessi. Fate il gioco di chi vi tratta come schiavi  e vi fa lavorare in condizioni disumane. E non è certo questo il modo giusto per integrarsi.  Siamo in Italia, non in America. Avete sbagliato strada.
-    Questa è la nostra America. Voi siete fortunati, non vi rendete conto. Avete case e vestiti e cibo. E siete liberi. Noi vogliamo creare un futuro per i nostri bambini. In Afghanistan non c'è niente. Solo fame e disperazione. Lacrime e dolore.
-    Si, ma qui tra poco ci sono più stranieri che italiani. Le vostre donne vengono qui a partorire. I nostri ragazzi non riescono a metter su famiglia. Il futuro che volete dare ai vostri figli lo rubate ai nostri. Niente di personale: vi aiutiamo. Vi sfamiamo. Ma iniziamo ad essere in troppi. E non vi illudete: lo Stato non aiuta. Anche noi, in casa nostra, ci sentiamo abbandonati. E' una guerra tra poveri. E non sono sicuro che qualcuno ne uscirà vincitore. Il Mulino Bianco non esiste: è pubblicità. Finzione. ... Ecco il latte: il bambino sembra affamato. Però non piange: ha già imparato a non lamentarsi. Tra un po' porteranno altre coperte e qualcosa di caldo: con lo stomaco pieno si ragiona meglio.
-    Stranieri, italiani ... siamo persone. Dobbiamo aiutarci. I nostri figli cresceranno insieme ai vostri. Saranno fratelli. Non vogliamo rubare.
-    Tu sicuramente sei una brava persona. Ma degli altri, cosa mi dici?
-    Brava gente, come me.
-    Speriamo. Ormai siete qui. E l'ospitalità, si sa, non ci manca. Siamo un popolo forte, anche noi. I tuoi occhi mi raccontano la paura e la disperazione. Il tuo bambino, come te, non ha colpe. Nessuno di noi ne ha. Siamo in balìa degli eventi. Nelle mani dei potenti. Noi e voi. C'è poca differenza. Ma non vi illudete: qui non è l'America. E forse non è neanche l'Italia. Questa – adesso – è l'altra parte dell'Africa.