Il crepuscolo degli Dei: a 40 anni dal ritrovamento dei Bronzi di Riace

bronzidiriacebisdi Simone Carullo - A quarant'anni dal fortunoso ritrovamento dei Bronzi di Riace resiste fitto e doppio il mistero: da un lato ci si domanda ancora quale sia la loro storia, chi il loro autore, quale la provenienza, dall'altro sorge amaro il quesito di quanto grande e doloroso sia l'autolesionismo reggino...

Un ritrovamento fortunoso appunto, a circa 300 metri dalla costa di Riace, ad 8 metri di profondità, giacevano da millenni i due guerrieri di bronzo, capolavori scultorei tra i più significativi del ciclo ellenico, in attesa di essere scoperti il 16 agosto 1972 da Stefano Mariottini, sub per diletto immersosi per una battuta di pesca, il quale fu attratto dal braccio sinistro della "statua A" che emergeva dalla sabbia come a richiamare l'attenzione. Fu un gran bel pescato!

Tante le teorie sulla loro origine e poche le certezze, ma tra le tante una alquanto suggestiva è quella formulata da Daniele Castrizio, il quale ritiene che si possa trattare dell'originale gruppo statuario di Eteocle e Polinice, opera di Pitagora di Reggio; l'archeologo basa la sua teoria sugli scritti di Plinio il Vecchio, che celebra lo scultore dell'antichità poiché "capace di rendere come nessun altro i riccioli di barba e capelli, e per fare respirare le statue ..."

Molti studiosi concordano nel ritenere le statue di origine greca o magno greca, databili intorno al V° secolo a. C. (anche se le due statue potrebbero non essere contemporanee o prodotti del medesimo scultore), raffiguranti personaggi mitologici o eroi mitizzati, smarrite in mare a causa del naufragio della nave che li trasportava probabilmente per commercio antiquario intorno al I° secolo a.C., fino all'arrivo, duemila anni dopo, di Stefano Mariottini.

La suggestione di quel ritrovamento fa sprofondare fatalmente in mille fantasie, impossibile non pensare ai tesori nascosti ed agli sconfinati misteri sui quali la nostra città è sorta, impossibile non immaginare bastimenti naufragati e sommersi a largo del mar Ionio, impossibile non vedere la storia dissepolta e viva muoversi tra le "rovine" dell'epoca post-moderna - scheletri di palazzi incompiuti e il ciarpame dei centri commerciali – ed è parimenti inevitabile non pensare amaramente all'eredità che non abbiamo saputo conservare e di cui non abbiamo saputo ascoltare il monito...

I Bronzi di Riace, che sentiamo più nostri allorquando è più viva la minaccia di vederceli portati via (si era parlato ad esempio di esporli al Quirinale o in un tour in giro per il mondo), come un affetto che si da per scontato ma di cui si sente doppia la mancanza al momento dell'addio, fanno parte della storia di ogni reggino:  chi di noi non è andato almeno una volta, tra scuole elementari e medie, a visitarli presso la loro vecchia casa, il Museo della Magna Grecia, magari controvoglia, distratto o disinteressato, o magari gongolando per le ore di lezione perse, ma è bastata dare una sola occhiata per conoscerli ed ammirarli in tutta la loro potenza, in tutta la sapienza scultorea dell'epoca ellenistica, ammantati di una filosofia di vita, di un ideale guerriero, ed ora che giacciono supini dentro una teca presso palazzo Campanella non possono che destare un senso di malinconia e di abbandono che però non può essere definitivo. Da sempre sospesi nel tempo, adesso in bilico tra due travi, passati attraverso varie campagne di restauro, svuotati, raschiati, tirati a lucido,  gli "dei caduti" aspettano solo di risorgere e tornare ad essere esposti presso un Museo per il quale sono stati investiti qualcosa come 30 milioni di euro e che doveva essere pronto già da un pezzo, al più tardi doveva essere "marzo 2012". Della serie: la culla della Magna Grecia chiusa per restauro! La situazione del Museo suscita una riflessione più ampia e sempre amara sulle condizioni di conservazione del ricco patrimonio archeologico e culturale della provincia reggina, la provincia con l'area archeologica più estesa d'Italia, sulla qualità e la presenza di servizi e infrastrutture per la fruizione del pubblico e, di conseguenza, sul mancato sfruttamento in termini di valorizzazione dei siti e di incentivazione del turismo. Con una politica più sapiente e lungimirante, attuabile nel tempo e non nel breve scorcio di una campagna elettorale, il patrimonio archeologico di cui disponiamo, con gli introiti che ne verrebbero dal turismo culturale, non solo potrebbe rappresentare una voce attiva in bilancio per la città e per la provincia, non solo potrebbe creare nuovi posti di lavoro, ma incentiverebbe altresì nuove campagne di scavo e darebbe gli strumenti e i mezzi per una sua migliore conservazione e salvaguardia. Ma si sa, è un cane che si morde la coda: in mancanza di soldi è difficile pensare di investire e in mancanza di investimenti i beni culturali sono destinati al degrado; in ogni caso, poi, gli investimenti finirebbero nelle tasche dei soliti noti, politici, faccendieri e mafiosi, e mangia tu che mangio io non resterebbero che le briciole ... Lo stesso discorso si potrebbe fare per tutta l'Italia, ed ecco che non se ne esce più!

I Bronzi sono gli emblemi di Reggio nel bene e nel male: sono i nostri fratelli maggiori e come tutti i fratelli maggiori ci sono cari perché sappiamo di trovarli sempre lì, saldi e incrollabili, imperscrutabili, preziosi come una risorsa, ne abbiamo fatto un'effige da portare in giro per il mondo, li abbiamo spiattellati in pubblicità, manifesti ed etichette, ma ora prostrati come sono rappresentano la metafora di una città bella e maledetta, affetta da un paradosso cronico, a due passi dalla sconfitta, come se nel teatro della Magna Grecia non ci potesse essere posto che per la "tragedia".