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Dietro ogni fine c'è sempre un nuovo inizio. "La fine del mondo – storia di un piegato" di Simeone Carullo

simonecarullolibrodi Giada Di Pino* - La storia del protagonista de "La fine del mondo" è la storia di un uomo qualunque, un qualsiasi giovane uomo del XXI secolo, che gode di un lavoro stabile come giornalista, una compagna che ama e, in qualche modo, di una sua stabilità. Eppure, ogni sua parola, ogni suo gesto, ogni sua azione è improntata al negare questa stabilità: la paura in parte irrazionale e in parte perfettamente logica che il mondo debba finire da un momento all'altro, lo pongono in un continuo precario equilibrio psicologico. E infatti, quando Rossa, la sua compagna, gli manifesta il desiderio di avere un figlio, in lui si genera una crisi: nella precarietà di un mondo che volge verso il collasso ecologico, non può esserci prospettiva di futuro, né per lui né, soprattutto, per i suoi eventuali figli. Come si fa infatti a pensare di poter mettere al mondo dei bambini, degli altri esseri umani, in un pianeta come la Terra che è ormai prossimo alla distruzione? Non è quasi una cattiveria, un atto di puro egoismo generare nuove vite in un mondo che volge al termine? Una fine imminente che non è solo ambientale ma è anche sociale, poiché «le notti, i locali, le piazze, i bus, sono abitati dalla violenza come un tempo erano abitati dalla gente e dalle stelle». Ma la natura va avanti, deve trovare la forza di andare avanti, la vita deve continuare a nascere, a proliferare, perché anche in mezzo al caos, anche in mezzo ai rifiuti e al cemento, anche in una società che rigurgita violenza, l'unica via, l'unica soluzione, l'unica resistenza possibile è la stessa dall'alba dei tempi: l'amore.

Il romanzo di Simeone Carullo, con la sua prosa lirica e giovanile insieme, scorrevole, incalzante, un po' canzonatoria, un po' ironica e autoironica, in cui riferimenti letterari e cinematografici abbondano e ci domande ossessive e snervanti che assillano le giovani generazioni del nostro tempo, e al tempo stesso ci concede una soluzione e una speranza. Se è vero che il pensiero della fine del mondo ci perseguita, ritorna nel nostro immaginario e si nutre di esso e al tempo stesso lo nutre, è anche vero che essa non può e non deve fermare il nostro presente, annullare l'imperativo della vita. La paura ancestrale della fine che governa il protagonista del romanzo è la paura di tutti noi, che viviamo in questo mondo in bilico, "piegati" come è "piegato" lui, tutti noi che lottiamo con noi stessi e con una società in cui per ogni civile che si mette in tasca la carta della caramella ci sono dieci incivili che buttano i sacchi della spazzatura in mezzo alla strada, in cui per ogni persona che cede all'anziano il suo posto sull'autobus, ci sono dieci bulli che picchiano un extracomunitario, un invalido o un debole di qualsiasi tipo, o, peggio, che stanno a guardare. La sua lotta è la nostra lotta, la sua nevrosi è la nostra nevrosi, il suo immaginario è il nostro immaginario. E la sua fine del mondo è la nostra fine del mondo. Eppure, due riflessioni si possono fare su questa fantomatica "fine" a seguito della lettura di questo romanzo. La prima: cos'è la fine del mondo, se non la fine del "nostro" mondo, della nostra quotidianità, della nostra routine? Ciclicamente, senza rendercene forse conto, andiamo incontro nella nostra vita a piccole apocalissi: la fine di una relazione, un incidente, un fallimento a lavoro, un lutto, ma anche un nuovo amore, un successo, un incontro casuale, una nascita. Ed ecco che giungiamo alla seconda riflessione: dietro ogni fine del mondo, dietro ogni catastrofe, globale o personale che sia, come il genere distopico ci insegna, si cela sempre un nuovo inizio.

*Redattrice di "Leonida Edizioni" e autrice della pagina fb "Equi-libri precari".

Il libro è disponibile nelle principali librerie della città: AVE-Ubik; Amaddeo; Laruffa; presso la cartolibreria di Pellaro D@nny's , sulle piattaforme online e sul sito di Leonida Edizioni: www.editrice-leonida.com