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Traumi infantili: conseguenze

salvini250319di Nino Mallamaci* - Mio fratello piccolo ha, come me del resto, un pessimo rapporto con le automobili. Lui con le sue e io con le mie, intendo. Ma non con la meccanica del mezzo in generale o col motore. Le nostre macchine filano che è una bellezza su ogni tipo di tracciato, non di rado adibite al trasporto non di passeggeri, come sarebbe normale, ma di ogni genere di articolo. Legna, masserizie, sedie, poltrone. Addirittura, l'automobile di mio fratello funge, in vece della sede sociale, da ricovero per il materiale della sua squadra di pallavolo, ivi compresi palloni, vestiario, borse, coppe e coppette e trofei vari accumulati nel corso degli anni.

Il rapporto conflittuale si limita a quello con la carrozzeria, segnata da ammaccature, strisciatine, botte, colpi, rientranze, che se si trattasse di un corpo umano esso sarebbe straziato da sofferenze e dolori indicibili ed emetterebbe urla e improperi rivolti ai responsabili di tale stillicidio di afflizioni. Fino ad oggi, tuttavia, nessuno ha escogitato una modalità di lamentazione dei mezzi a quattro ruote, e per questo motivo io e lui continuiamo a viaggiare senza dover acusticamente sopportare lo strazio delle nostre automobili.

Nel caso di mio fratello solo in questi giorni, e dirò a breve il motivo di tale presa di coscienza, ho avuto l'opportunità di capire la ragione della relazione problematica tra lui e il suo mezzo di trasporto – deposito. Eravamo all'incirca nel primo scorcio degli anni settanta del secolo scorso, quando il mio piccolo germano prese a frequentare il giardino d'infanzia del paese. Col suo grembiulino bianco dal fiocco blu si recava ogni giorno all'asilo munito di alcune delle decine di macchinine che possedeva, frutto dei regali dei tanti che conoscevano questa sua passione. Mio padre, per affrontare le stradine del paese e della campagna circostante per visitare i suoi pazienti, usava sempre una fiat cinquecento. Il va sans dire che per il figlioletto il modellino preferito fosse proprio quello che riproduceva fedelmente, con tanto di sportelli e cofano e tettuccio apribili, la macchina di papà. Accadde che un giorno un compagno d'asilo del pargoletto, accortosi che uno sportellino della cinquecento si era staccato, si offrisse per metterlo a posto. Marco, questo il nome del lattoniere in erba, era un bimbo vivace e fantasioso, ma povero. Ci sta che provasse rabbia nel vedere il biondino grazioso e pulitino giocare con dieci macchinine, mentre lui non se ne poteva permettere neanche una. Così, passato un po' di tempo, mio fratello tornò a casa e riferì, tra i singhiozzi, che la cinquecento era ancora in riparazione dal carrozziere, e che Marco, alle sue richieste di informazioni, rispondeva sempre che era un lavoro difficile e che gli era necessario ancora qualche giorno. Fatto sta che non sono bastati quasi 50 anni per completare la evidentemente laboriosissima riparazione. Quel trauma ha manifestamente segnato mio fratello, il quale ha sviluppato un odio inconscio per la carrozzeria dell'automobile e per i carrozzieri, al punto da non badare più di tanto a quella, sbattendola da una parte all'altra, e da evitare di ricorrere ai suoi riparatori temendo di non avere più indietro il proprio mezzo a quattro ruote.

Tutta questa storia mi è tornata alla memoria leggendo la triste vicenda del piccolo Matteo Salvini, vittima di un furto proprio nella delicatissima fase dell'infanzia e nello stesso ambito, l'asilo, a questo punto da considerarsi un luogo dove vengono perpetrati i peggiori misfatti. Nel capolavoro appena pubblicato, la sua biografa racconta di quando a Matteuccio fu sottratto con destrezza il suo pupazzetto preferito, uno Zorro in miniatura con tanto di maschera e spada d'ordinanza. Da questo cupo episodio il nostro non si è più ripreso, e ciò nonostante la vita gli abbia riservato tante soddisfazioni. E il fatto di aver trascorso la sua esistenza senza lo straccio di un lavoro non l'ha certo aiutato a distrarsi, il pensiero sempre fisso a quel bambolotto, al gesto ignobile che gliel'ha portato via. Indossando le divise più disparate, egli sogna di indossare quella di Zorro, a lui tanto cara. Non facendo sbarcare i bimbi cattivi dalle navi, vuole evitare che commettano, a quell'età per lui così nociva, azioni come quella che lui stesso ha dovuto subire. E quando vede un nero non desidera allontanarlo per pulsioni razziste, ma solo perché, lui tapino, viene assalito dal ricordo del mantello del suo Zorro, e la sofferenza è tanta da volere scacciare via quel colore.

Appello finale. Tu, bambino incosciente di 40 anni fa. Tu, che te ne stai tranquillo nella tua vita borghese, forse ignaro del dolore che hai provocato a Matteo e, di conseguenza, a tutti noi. Tu. Se sai, se te ne sei reso conto, se hai compreso, restituisci Zorro al suo legittimo proprietario. E se l'hai perso, fattelo rifare tale e quale. Fai tornare il sorriso sulla boccuccia imbronciata di Matteo nostro. Restituisci la fiducia nel prossimo a quest'uomo devastato nelle sue più intime convinzioni, colpito nei suoi più profondi affetti. Solo così potremo vedere Matteo realizzare il suo sogno infantile, che era quello, come sanno i suoi compagnucci dell'asilo, se non fosse accaduto ciò che inopinatamente accadde, di fare il missionario nell'Africa nera.

*Avvocato e scrittore